La strategia di equiparare antisionismo e antisemitismo, ideata da Israele per zittire ogni critica alle proprie politiche, è usata da decenni anche dalle forze conservatrici europee e statunitensi per attaccare chi individua nello stato sionista il baluardo dell'imperialismo occidentale in Medio Oriente. Una retorica deflagrata dopo il 7 ottobre per censurare ogni analisi del sionismo per ciò che è: non destino e volontà del popolo ebraico nel mondo - come si autoproclama - ma un progetto coloniale etnonazionalista, confessionale e di estrema destra, denunciato anche da molte figure ebree che ovunque gridano «non nel mio nome». Ma la subalternità europea a Israele è lo specchio della cattiva coscienza per il genocidio avvenuto durante la Seconda guerra mondiale, e al tempo stesso l'ipocrita foglia di fico con cui nascondere interessi geopolitici ed economici. Questa posa fintamente filosemita, volta solo a legittimare le azioni di Israele, danneggia sia i movimenti anticoloniali sia ebree ed ebrei di tutto il mondo. Perché negli ultimi anni un vero antisemitismo si diffonde proprio grazie alle forze reazionarie da cui storicamente proviene e che ora lo strumentalizzano in chiave imperialista e islamofoba. Per combattere l'antisemitismo reale occorre quindi far chiarezza e tornare a distinguerlo dall'antisionismo. Smettere di interpretare le anime della resistenza palestinese come manifestazioni di antisemitismo e non forme di lotta - contraddittorie, impure, a volte riprovevoli, altre encomiabili - contro un'occupazione coloniale. In questo libro voci ebraiche e non ebraiche, problematizzando la questione, riflettono sui legami storici tra sionismo, antisemitismo e razzismo.