E se la natura del populismo ci sfuggisse ancora? L'attualità politica vede questa parola riaffiorare con regolarità ma, al di là della sua carica polemica, cosa designa esattamente? Da trent'anni i media ripropongono gli stessi luoghi comuni: il populismo sarebbe demagogico e autoritario; né di destra né di sinistra, ma essenzialmente xenofobo e nazionalista; minaccerebbe le nostre democrazie, come il totalitarismo in passato. In definitiva, attraverso questo trattamento mainstream si tratta di screditare l'idea di una democrazia alternativa, al di fuori dell'establishment, e di escludere la sovranità popolare dal linguaggio politico. È quindi opportuno ricostruire questo concetto fuorviante su nuove basi. Per liberarlo dai giudizi normativi, per mapparne le esperienze storiche fondatrici e per metterlo in relazione con il contesto politico che lo ha visto emergere come fenomeno consolidato, l'America Latina. Ne segue una scoperta fondamentale: il populismo non ha nulla a che vedere con la demagogia, il nazionalismo e il totalitarismo. Si tratta di un'ideologia radicalmente democratica di crisi delle democrazie liberali rappresentative, che ha le sue logiche interne e le sue contraddizioni. La sfida di questa ridefinizione è significativa: comprendere meglio i nuovi conflitti sociali che nascono dall'opposizione del popolo alle élite e che stanno trasformando profondamente le nostre democrazie.