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Il parco del Triglav

Sottotitolo non presente

Descrizione

In questo libro la fedeltà di Mario Benedetti alla poetica delle «povere forme eterne» si esprime nel modo finora più articolato e compiuto. Abbiamo qui, insomma, la vera maturazione di un poeta, che osserva la realtà bruciata di un borgo senza futuro, che forse si dice, come Zanzotto in Fuisse, «pace per voi per me / buona gente senza più dialetto», ma che non di meno sale per visioni impervie lungo i suoi crinali: «mandami sulle azzurre piste dei lupi» (davvero un bellissimo strappo all'interno di una prosa lirica che è uno dei pezzi forti del libro). Niente di avventuroso o letterario in tutto questo, proprio perché, come ci ricorda Benedetti, il mondo che gli è caro, al quale sente di appartenere (che sia la sua regione d'origine, il Friuli, la vicina Slovenia, o la Bretagna dei suoi viaggi), è vissuto, storicamente, tra cose e fiabe, tra casa e paradiso. E lui stesso vorrebbe «rimanere sulle cose» un po' più a lungo, vorrebbe sostare, sospeso delicatamente, poiché «in questo poco tempo noi siamo vivi». Ma da questo radicarsi in sé, nella propria terra, ed erba, da questa bassa e totale, materna dimora, trova il desiderio di «tanti colori», la necessità di «sognare una festa».
Il parco del Triglav
6,20

 
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