"I racconti che l'autore ci propone oscillano dall'orrore che richiama anche troppo vivamente la ferocia del tempo presente, e la consolazione dolce di un tempo pacifico che riallinea l'essere umano con la natura, perché riallinea anche il divino alla sua complessità. Quel dio silenzioso e mutilato, lontano e terribile, che ha bisogno di recuperare la sua dimensione femminile e complessa per tornare a vivere e relazionarsi. (...) Non si può credere a un divino violento e vendicativo, ma narrarlo come benevolo e consolante sarebbe una ulteriore menzogna. L'autore ci orienta perciò alla complessità, alla dinamica divina di una mutazione continua, trasformazione insita nel vivente, che ha bisogno di sentire e sentirsi." (dalla postfazione di Letizia Tomassone)