Durante la seconda guerra mondiale, a Torino, l'Archivio di Stato diventò un rifugio, ma non per chi voleva nascondersi. Era un rifugio per la coscienza. Mentre la città si piegava sotto i bombardamenti, un gruppo di impiegati e archivisti, donne e uomini, giovani e non, decise di restare. Non per eroismo nel senso classico del termine, ma per fedeltà a qualcosa di invisibile: l'idea che il passato, se cancellato, ci condanna all'oblio. Non avevano armi. Avevano penne, registri, casse, scatole, inventari. Avevano la consapevolezza che conservare documenti, atti, testimonianze non era solo burocrazia: era un atto politico, umano, necessario.